La diagnosi precoce

“Ricerche epidemiologiche recenti hanno stabilito che per il 75% dei soggetti colpiti da balbuzie, l’insorgenza si situa dai 18 ai 41 mesi (età media 32 mesi), quando le abilità linguistiche, cognitive e motorie del bambino sono interessate da un rapido processo di maturazione e sviluppo... Le ricerche di tipo genetico basate sugli antecedenti familiari e sulla gemellarità monozigote fanno ritenere che la balbuzie venga trasmessa per via genetica, e anche se il meccanismo di trasmissione resta sconosciuto, il tipo di legame parentale e il sesso contribuiscono a determinare le probabilità che un bambino cominci a balbettare...” (C. Zmarich 2003).

Alla luce di questi dati scientifici, si può comprendere l’importanza di una diagnosi, la più precoce possibile, che stabilisca se la balbuzie osservata in età prescolare è tipica, sospetta o atipica. Per una “lettura” critica del fenomeno i genitori e lo stesso medico di famiglia o il pediatra non esitino a chiedere aiuto ad uno specialista in fluenza per accertare con maggiore sicurezza:

  • se, considerati certi parametri (per es. fonatorio ed emozionale), si riscontrano chiari indicatori di transitorietà quali assenza di tensione e di sforzo;
  • se c’è qualche caratteristica, nel comportamento verbale e non, che suscita dubbi o perplessità senza che si osservi appunto una situazione ben definita;
  • se ci sono a livello verbale, comportamentale, emozionale, caratteristiche tali da richiedere l’aiuto formale di un clinico (tensioni visibili e udibili).

“È importante saper riconoscere questi sintomi in tempo, poiché la ricerca suggerisce (...) che la prognosi è tanto migliore quanto minore è l’intervallo temporale che separa l’insorgenza della balbuzie dal primo intervento terapeutico (che con particolari modalità può essere eseguito anche in età molto precoce)...” (C. Zmarich 2003).

Dunque, non sono più sostenibili posizioni attendiste come da più parti ancora si continua a fare.

Risalgono addirittura all’inizio degli anni 70, per lo più nel mondo anglosassone, le prime proposte di intervento su bambini in età prescolare, secondo cui i genitori devono diventare i protagonisti di un processo di cambiamento di una situazione non ancora consolidata (Egolf, Shames, Johnson, Kaprisin-Burelli).

Negli anni ‘80 numerosi studi ed esperienze cliniche confermano questo orientamento, da Gregory a Shine, a Conture e altri ancora fino a Rustin, Puster, Starkweather e Gottwald. Trovano vasta diffusione programmi di intervento precoce per bambini in età prescolare, a rischio o già con balbuzie conclamata.

Con tutto ciò, sono in tanti ancora a pensare:

  • “la balbuzie col tempo passerà”
  • “anche il fratello (il padre ecc.) balbettava, aspettiamo e anche lui andrà a posto”.

Gli adulti significativi intorno al bambino - dai parenti all’insegnante, allo stesso medico - insistono senza alcun fondamento sul fatto che crescendo certe cose si sistemano: il tempo come cura. Spesso invece il tempo non cura, ma passa e non senza lasciare tracce nel bambino: sfiducia in sé come bambino mal riuscito e sfiducia anche negli altri percepiti come consiglieri pasticcioni; scetticismo circa le possibilità di cura...