Il metodo

Il nostro metodo – MIFF® Metodo Integrato di Facilitazione della Fluenza – è un marchio registrato di Punto Parola - Centro Italiano Balbuzie di Roma.

Cosa è

«Azione combinata di tecniche che mirano a rendere via via più funzionale il complesso sistema “fonazione-emozione-relazione”:

  • tecniche per la disfluidità verbale,
  • tecniche per la tensione emotiva,
  • tecniche per l’ansia sociale.

Il percorso terapeutico è strutturato elettivamente in moduli intensivi e progressivi e viene svolto mediante lavoro misto: di gruppo e individuale.»

Facilitare o correggere?

Una premessa riguardo al termine facilitare. Spesso in terapia della balbuzie si segue un orientamento “sintomatico repressivo” come scriveva già C. Van Riper negli ani ‘60. In parole povere: correggere, eliminare, reprimere la balbuzie manifesta, nasconderla.

Domanda: cercare di “coprire” la balbuzie non è una cosa che chi balbetta fa già? Per caso gli si vuole insegnare a “coprirla meglio” puntando magari tutto sulla performance?

La stessa relazione fra terapeuta e paziente rimane segnata da questo approccio marcatamente direttivo: il primo dall’alto della sua onniscienza e onnipotenza dispensa il suo sapere e il suo aiuto al secondo, che, nella sua “indigenza verbale ed emotiva”, non può che accettare, talvolta in modo supino, le ‘istruzioni’ proposte /imposte.

Il “facilitare” invece presuppone una visione della persona per cui:

  1. chi balbetta ha in ogni caso una sua “capacità di fluenza”;
  2. chi balbetta va aiutato (facilitato) a liberare questo suo potenziale di fluenza.

L’intervento perciò è finalizzato a supportare chi ha bisogno di acquisire strumenti atti a valutare e superare la situazione in cui si trova e rafforzare il proprio potenziale.

Si tratta cioè di accompagnare la persona con balbuzie nella scoperta di potenzialità e risorse personali atte a favorire un cambiamento autodeterminato e responsabile.

La persona, secondo questa concezione, non è un recipiente vuoto da riempire ma un contenitore ricco di risorse che vanno liberate e stabilizzate (chiunque balbetti sa per esperienza di aver vissuto, sia pure con intermittenza, periodi più o meno lunghi di fluenza). Le diverse tipologie di balbuzie, compresa quella molto severa, non possono in assoluto essere considerate senza possibilità alcuna di redenzione. Sappiamo bene che questa affermazione suscita una reazione di scetticismo negli organicisti estremi. Ci assumiamo la responsabilità delle nostre affermazioni e soprattutto delle speranze che esse accendono e che l’esperienza di 35 anni sul campo ha dimostrato essere realistiche.

Tutto questo vale naturalmente per il bambino, l’adolescente e l’adulto.

Obiettivi e risultati

  • Acquisizione di “buone abitudini di fluenza” apprendendo a “monitorarsi” e a “modularsi” a più livelli:
    • emotivo/relazionale
    • corporeo
    • fonatorio/verbale
  • Una “buona fluenza” ovvero un parlato libero – morbido e tonico nello stesso tempo – con l'assenza totale (o quasi) di blocchi tesi e di ripetizioni tese, senza più sintomi secondari quali: disturbi neurovegetativi, movimenti associati, emozioni negative.
  • Una migliore qualità della vita di relazione, grazie anche ad una ritrovata “buona stima di sé” mista ad assertività e comunicazione efficace.

Per maggiori informazioni consultare la Sezione “I risultati”.

Modalità d’intervento: in gruppo e individuale

Due parole sul lavoro di gruppo che per noi rimane una scelta di metodo privilegiata se si considerano le innegabili implicazioni relazionali del disturbo. A chi dovesse nutrire qualche perplessità sull’interazione con altri soggetti con balbuzie, diciamo che “il contagio emotivo”, da noi previsto come fondamentale esigenza metodologica, è rassicurante sia per la condivisione dei vissuti sia per la forte risonanza emotiva che i cambiamenti di un membro del gruppo possono avere sull’altro.

Soprattutto il gruppo funge da acceleratore dei processi di cambiamento, grazie anche ai molteplici effetti-specchio che si attivano al suo interno. Non di rado i trascorsi di balbuzie dello stesso terapeuta, per esempio, possono rappresentare un valore aggiunto e hanno valenza addirittura di “garanzia morale” nell’ambito della cosiddetta “pedagogia dell’eroe”.

Il lavoro individuale – importante quanto quello di gruppo – viene svolto secondo due modalità:

  • colloqui face to face
  • lavori vari col singolo nell’ambito del lavoro di gruppo (piccolo gruppo).

Intervento multidimensionale

L’origine multifattoriale e quindi la natura multidimensionale della balbuzie comporta necessariamente un approccio che, integrando più metodiche in maniera coerente e non posticcia, centri i vari bersagli ovvero i vari aspetti del problema:

  1. aspetto fonatorio: no senz’altro ad un parlato artefatto o comunque “protesico”; sì invece ad un parlato il più naturale possibile ovvero autentico e perciò trasferibile nel quotidiano. Le tecniche fonatorie quindi come facilitatori “intelligenti” di fluenza e non come illusori generatori automatici della stessa;
  2. aspetto psicolinguistico: lavoro, per esempio, sul riequilibrio della coordinazione pensiero/parola;
  3. aspetto cognitivo: lavoro sui pensieri disfunzionali;
  4. aspetto corporeo: lavoro sulle tensioni, specie nelle aree: orale, cervicale, diaframmatica;
  5. aspetto emotivo-relazionale: lavoro sull’ansia da prestazione verbale, sullo spettro emotivo tipico nella balbuzie (paura, rabbia, vergogna, frustrazione), sulle competenze comunicative e abilità sociali;
  6. aspetto esistenziale: analisi delle eventuali criticità nello stile di vita; lavoro sulla progettualità e sulla proattività...

Quando il metodo funziona

Il grafico di Garfield indicante i fattori di successo di una terapia
La “torta” del successo

Come si può vedere nel grafico di Garfield, al successo della terapia contribuiscono vari fattori, ciascuno dei quali ha un peso specifico e tutti però “contano” in termini di importanza:

  • il rapporto paziente/terapeuta
  • il metodo
  • l’effetto placebo
  • la formazione e l’esperienza del terapeuta

Come per le statistiche anche i grafici necessitano di una lettura ragionata. Nella torta di Garfield si osserva che il rapporto paziente/terapeuta incide addirittura per il 50% nel successo della terapia. Alla luce della nostra esperienza condividiamo pienamente questo dato e quanto il rapporto sia importante lo si capisce analizzando i fattori che lo devono caratterizzare: fiducia, speranza e capacità di relazione.

Perché questo rapporto si crei e si sviluppi è importante che il terapeuta sappia chiarire i dubbi e soddisfare le aspettative che il paziente sempre porta in terapia. Ecco che diventa indispensabile allora che il terapeuta abbia una solida formazione e una certa esperienza che nel grafico viene quantificata nel 20%. Anche il metodo (che alcuni assolutizzano affermando di averne “inventato” uno) si dimostrerà tanto più valido in proporzione alla formazione e all’esperienza maturata. E questo aggiunge un 10% alle possibilità di successo. L’effetto placebo incide per il 20% e si riferisce:

  • al primo contatto tra paziente e terapeuta in cui il primo manifesta grandi aspettative e il secondo sa rassicurare e incoraggiare;
  • alle varie fasi del trattamento che il terapeuta saprà gestire con competenza in modo da risvegliare con opportune metodiche il meccanismo innato dell’autoguarigione, diversamente dal ciarlatano che invece tende a fare uso di manipolazioni strumentali.

Quando si parla di terapia, il rapporto deve essere improntato secondo una vera e propria alleanza terapeutica. Mentre invece un rapporto amichevole, o peggio cameratesco, come talvolta succede, nulla ha a che vedere con una situazione di terapia. Queste collusioni tra operatore e paziente si verificano quando l’operatore deve compensare carenze tecniche e insicurezze professionali/personali.

Il paziente per parte sua, nella terapia è parte attiva con la sua motivazione al cambiamento, il suo impegno e il suo atteggiamento collaborativo.